Non si possiede

ciò che non si comprende. – G. W. Goethe

LA SECONDA CASA

Se la prima casa si riferisce alla scoperta di sé, la SECONDA CASA natale riguarda l’uso di ciò che si è scoperto di essere e perciò di possedere. In modo molto improprio e superficiale si dice che la seconda casa è quella dei beni, del denaro e di conseguenza della sicurezza. La cosa è molto più articolata e complessa. Scoprire ciò che si “è”, significa in un certo qual modo scoprire anche ciò che si ha. Il campo d’esperienza a cui si riferisce la seconda casa è appunto l’esperienza del “possedere”, l’esperienza che spinge a dire “è mio”, “mi appartiene” e successivamente innesca la questione successiva riferita al come usare ciò che si possiede per esprimere al meglio ciò che si è.

Alla nascita il nostro primo e più importante possesso è il corpo, i cui confini sono tracciati dalle carezze materne: è un “bene” perciò plasmato e nutrito dall’amore. In questo senso  l’atteggiamento di accoglimento di nostra madre, più o meno amorevole e protettivo, è fondamentale nello strutturare e valorizzare questo primo possesso e di conseguenza anche la sicurezza e la fiducia di poterci contare e saperne fare buon uso, che poi si estenderà  ai successivi e più lontani possessi.

All’inizio il nostro corpo “chiama” e nostra madre “risponde”: è più o meno in questo modo che si forma la famosa “fiducia di base”, così importante in seguito nella vita di ciascuno. In questa primissima fase sono gli istinti ad indicare che uso fare del corpo, poiché nel neonato non c’è ancora consapevolezza del suo possesso. Più avanti, in seguito al processo di separazione-individuazione, riusciamo a comprende che ci sono alcune cose delle quali possiamo dire “mio” ed altre no. Facciamo quindi l’esperienza di avere un nome proprio, un corpo che può rispondere ai nostri ordini, delle qualità: questi sono i primi e fondamentali possessi che ereditiamo dai genitori.

L’uso e la gestione di questi beni è guidata soprattutto dall’istinto: in questi termini le esperienze di piacere/dispiacere provenienti dai sensi, quali il gusto, la vista, l’olfatto, il tatto, appartengono alla seconda casa, poiché  sono  molto istintive.

Il secondo livello, o livello sociale, riguarda il possesso e la gestione sia di oggetti, denaro e altri beni materiali, sia di beni non materiali quali il prestigio, il potere e così via. Anche in questo caso ciò che si possiede è un’eredità del passato, perché in gran  parte frutto dei progressi dei secoli precedenti. Come usare, gestire, incrementare o meno tali “beni” innesca l’esperienza fondamentale che la seconda casa ci richiede. Tali possessi infatti possono diventare degli strumenti al servizio del sé individuale, essere usati cioè per consolidare e realizzare più sostanzialmente la nostra individualità, oppure noi stessi possiamo divenire strumento di tali beni e dedicare la vita ad accumulare, conservare e difendere ciò che possediamo, siano questi beni materiali o immateriali.

In questo modo il mezzo diventa il fine e invece di usare ciò che abbiamo a disposizione in modo significativo per la realizzazione dei nostri scopi, ci identifichiamo con essi e ne diventiamo uno strumento, poiché la nostra vita trova significato solo nel possederli. I possessi invece vanno usati, e con l’uso che ne facciamo possiamo arrivare a comprende e dimostrare chi realmente siamo, prima di tutto ai nostri occhi e conseguentemente al mondo circostante.

Al terzo livello di sviluppo del sé, quello spirituale c’è il superamento di ogni forma di attaccamento, materiale e non materiale, anche rispetto alla vita stessa, l’ultimo e il più prezioso di tutti i beni, che si dovrebbe dedicare all’evoluzione umana.

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