Non si possiede
ciò che non si comprende. – G. W. Goethe
LA SECONDA CASA
a cura di Giuseppe Buglino
Se la Prima Casa è il luogo della scoperta di sé, la SECONDA CASA natale riguarda l’uso consapevole di ciò che abbiamo scoperto di essere e, di conseguenza, di possedere. Spesso si tende a ridurre la seconda casa a un ambito legato ai beni materiali, al denaro e alla sicurezza, ma questa visione è troppo superficiale e limitata. La realtà è ben più complessa. Scoprire chi siamo implica, infatti, anche il riconoscimento di ciò che possediamo. Il campo d’esperienza legato alla seconda casa è quello del “possedere”: l’esperienza che ci porta a dire “è mio”, “mi appartiene”, e che poi solleva la domanda fondamentale su come utilizzare ciò che possediamo per esprimere al meglio la nostra essenza.
Alla nascita, il nostro primo e più importante possesso è il corpo, il cui confine è definito dalle carezze materne. Esso è un “bene” plasmato e nutrito dall’amore. L’atteggiamento di accoglimento da parte della madre, più o meno amorevole e protettivo, gioca un ruolo fondamentale nel valorizzare questo primo possesso e, di conseguenza, nella costruzione della nostra sicurezza e fiducia, elementi che ci permetteranno, in seguito, di fare buon uso di noi stessi e delle cose che ci circondano.
Inizialmente, il corpo “chiede” e la madre “risponde”: è così che si forma quella che viene definita la “fiducia di base”, un aspetto cruciale nella vita di ciascuno. Nella primissima fase, sono gli istinti a guidarci nell’uso del corpo, dato che nel neonato non esiste ancora la consapevolezza del proprio possesso. Con il tempo, attraverso il processo di separazione e individuazione, comprendiamo che alcune cose possono essere dichiarate come “mie”, mentre altre no. In questo modo facciamo l’esperienza di avere un nome, un corpo che risponde ai nostri comandi, delle qualità proprie: questi sono i primi e più fondamentali «beni» che ereditiamo dai genitori.
Il secondo livello di esperienza riguarda il possesso e la gestione di oggetti materiali, denaro e beni immateriali come il prestigio, il potere e così via. Anche in questo caso, ciò che possediamo è in gran parte un’eredità del passato, frutto dei progressi compiuti nei secoli precedenti. Il modo in cui gestiamo questi beni — incrementandoli, conservandoli o utilizzandoli — rappresenta l’esperienza che la seconda casa ci invita ad affrontare. Tali beni possono diventare strumenti al servizio del nostro sé individuale, utilizzati per consolidare e realizzare la nostra essenza, oppure possiamo diventare noi stessi strumenti di questi beni, vivendo per accumulare, difendere e preservare ciò che possediamo, siano essi beni materiali o immateriali.
Quando il possesso diventa un fine in sé, il mezzo perde il suo valore. Invece di usare ciò che possediamo per realizzare i nostri scopi, rischiamo di identificarci con i nostri beni e di fare di essi l’unico strumento di significato nella nostra vita. I possedimenti, tuttavia, devono essere usati, non posseduti come un fine a se stessi. Attraverso l’uso consapevole di ciò che abbiamo, possiamo arrivare a comprendere e manifestare chi siamo davvero, prima a noi stessi e poi al mondo che ci circonda.
Il terzo livello di sviluppo del sé, quello spirituale, implica il superamento di ogni forma di attaccamento — sia materiale che immateriale — incluso l’attaccamento alla vita stessa. La vita, l’ultimo e più prezioso dei beni, va vissuta con la consapevolezza che il suo vero scopo è l’evoluzione umana. Questo processo di crescita culmina nella capacità di vivere senza dipendere dai beni terreni, trasformandoli da oggetti di possesso in strumenti al servizio di un cammino spirituale e evolutivo.